Democrazia indebolita dal web

Si sta cominciando a discutere su Garibaldi. Non se ne parla ancora male, però se ne discute. Il fatto è che ci si è accorti che in Cina le cose vanno molto bene, l’economia tira da pazzi e la vita dei cinesi è in costante e sensibile miglioramento. Ci si è accorti anche che la Russia ha, pure lei, un’economia in forte sviluppo e che disuguaglianze e povertà stanno conseguentemente diminuendo. Ci si è accorti infine che entrambi questi Paesi hanno assunto un ruolo centrale e preminente nello scenario internazionale. E ci si è preoccupati: questa (abbondante) metà del mondo progredisce e prospera molto di più e più velocemente dell’altra metà, quella in cui viviamo anche noi. Qualcuno si è anche chiesto come ciò sia possibile.

Anche io me lo sono chiesto; e mi è venuto il dubbio che la risposta stia in quanto scrivevo su ItaliaOggi il 26 maggio di quest’anno, in un articolo intitolato «La democrazia si è dimostrata sinora il sistema migliore. Non è detto che lo sia per sempre». In realtà non si trattava di farina del mio sacco, mi limitavo a commentare un libro di Jason Brennan, professore universitario americano, «Contro la democrazia» da poco uscito per Luiss, in cui si evidenziava, in maniera molto convincente, l’irrazionalità e dunque l’inefficienza del sistema democratico. Perché, guarda che caso, Cina e Russia sono gestiti da un’oligarchia ristretta e non da democrazie quali quelle proprie del mondo occidentale.

Sarà che la crisi economica e sociale dell’Occidente, e – per quel che ci riguarda – dell’Italia, stia in questa differenza di sistema di governo? Il dubbio si è fatto più concreto quando ho considerato che entrambi i blocchi (chiamiamoli così) adottano un sistema economico liberale, fondato su concorrenza e libero commercio, naturalmente gestito e controllato dallo Stato. Il comunismo è finito da decenni e, sotto il profilo economico e quindi sociale non vi è alcuna differenza tra loro. Allora perché il blocco cui apparteniamo va tanto male e l’altro va tanto bene?

Rileggendo il libro di Brennan e valutando la sua proposta di un sistema alternativo alla democrazia (che lui chiama epistocrazia), ho cominciato a pensare che il problema stia nella inidoneità della democrazia a fornire una classe dirigente preparata; e, quand’anche ciò avvenisse, nell’inidoneità di garantirle una adeguata permanenza. Ciò perché, in democrazia, il potere non solo va conquistato ma conservato; ed entrambe le cose si conseguono con un unico strumento: il consenso. Ed è questo il punto debole della democrazia.

Il consenso presuppone che speranze e desideri dei cittadini siano soddisfatti. E di speranze e desideri i cittadini sono colmi: tanto più sono impreparati, non acculturati, egoisti, tanto meno si chiedono se quanto vogliono sia possibile, utile o viceversa dannoso. Vogliono. E basta. Ed è ovvio che chi promette di soddisfare questi desideri guadagna consenso. Il problema sta nel fatto che il politico che prometta di soddisfare desideri possibili, utili e non dannosi per la collettività; o che sia addirittura costretto a preannunciare periodi di magra e conseguenti sacrifici, non ha alcuna possibilità di successo rispetto al suo collega che, -spregiudicatamente o in buona fede – assicura i cittadini che tutto va bene, che avranno questo e pure quest’altro e anche qualcosa di più.

Tutto questo a livello speculativo. Scendendo nel concreto. La democrazia occidentale deve oggi confrontarsi con la Brexit, con lo shutdown Usa (entrambi esempi di un sistema che può portare alla paralisi), con una recessione costante e con una generalizzata e violenta richiesta di ricchezza da parte di masse che non si chiedono da dove dovrebbe arrivare e sono cieche di fronte alla drammatiche conseguenze che le concessioni ottenute hanno e avranno sul Paese in cui vivono. Tutti fenomeni alimentati dal semplice fatto che una parte della classe politica richiede consenso per prevalere e quindi promette e concede la qualunque.

Certo, tutto questo non è una novità, la democrazia ha sempre funzionato così. Ma oggi il problema è ingigantito da Internet. I capipopolo hanno una immensa tribuna per massimizzare le loro promesse e ii conseguente consenso. Naturalmente, la stessa tribuna è a disposizione dei politici più avveduti, preparati e competenti. Ma il fatto è che la percentuale di cittadini ignari dei fondamentali, di quello che serve alla collettività e di quello che lo danneggia, è incomparabilmente superiore a quella di chi è disposto a rinunciare al proprio interesse personale in funzione di quello pubblico.

 

Fonte:[italiaoggi]